Libri - Avvistamenti. Mammiferi italiani
[22-12-2017]

Ma esiste un “carattere nazionale”, un temperamento dei popoli? Non si tratta di categoria scientifica, naturalmente. Spesso è fatto di cliché, di pregiudizi stratificati negli anni. Eppure un buon amministratore non può prescinderne del tutto, anche perché il carattere nazionale ci dà alcune informazioni su abitudini, mentalità, stili di comportamento (che poi occorre riverificare nella propria esperienza). Segnalo in proposito Il libro Mammiferi italiani. Storie di vizi, virtù e luoghi comuni (Laterza, p.163, euro 14), di Raffaella De Sanctis. Gli italiani non coincidono con nessun cliché perché li comprendono tutti! Come leggiamo sulla quarta di copertina i “mammiferi italiani”(espressione di Giorgio Manganelli) sono al tempo stesso sinceri e bugiardi, geni e truffatori, allegri e pessimisti, anarchici e nazionalisti, cattolici e miscredenti, ingenui e machiavellici… E potremmo aggiungere: cialtroni e artigiani scrupolosi, sognatori e brutali realisti, estroversi ma sostanzialmente frigidi (come ci vedeva Thomas Mann). Dunque, se davvero siamo tutto e il contrario di tutto, la nostra verace natura non può che essere quella dei commedianti: alla realtà, che troviamo spesso noiosa, preferiamo senz’altro la messinscena della realtà. Ma deve essere una messinscena inappuntabile, fatta bene, a suo modo coerente. Ognuno deve aderire in modo credibile alla parte che si è scelta: ad esempio nel Don Pasquale di Donizetti – il nostro melodramma è il corrispettivo del grande romanzo europeo ottocentesco – la truffatrice Norina sa che non può piangere, poiché la sua parte non prevede le lacrime! L’autrice, studiosa di letteratura e storica delle idee, attinge a un repertorio sterminato, fatto di romanzi, canzoni, film, proverbi, televisione. La narrazione viene scandita da vari capitoli che trattano appunto i luoghi comuni e le mitologie più diffuse dell’immaginario nazionale (molti i maestri, da Prezzolini a Tim Parks, ma forse la musa ispiratrice è un libro negletto sugli italiani di Luigi Barzini): la (vana) lotta moralizzatrice contro l’abitudine del cappuccino (un vero “abito mentale” prima ancora che un’abitudine di vita), l’eroismo pigro e accidentale di Sordi e Gassman nella “Grande guerra”di Monicelli, l’antico vizio della bustarella, la inclinazione al complotto deresponsabilizzante, la mania del bel canto (che finisce sempre in qualche nave da crociera o villaggio turistico), la tendenza a essere non tanto bugiardi quanto pseudosinceri, a esagerare per troppa immaginazione (dai personaggi di La Capria al Manuel Fantoni del verdoniano “Borotalco”), il rito della pastasciutta benché oggi i piatti della tradizione siano sempre “rivisitati” (Marinetti fallì perché voleva abrogarla), la sbronza popolare degradata nelle enoteche fighette con Chet Baker di sottofondo, il cornuto come l’altra faccia dello sciupafemmine, i playboy troppo mammoni, l’essere voltagabbane interpretato da Oreste Del Buono come espressione di candore, l’eleganza di mafiosi e leader politici d’antan (oggi sostituita da modi vernacolari ormai entrati in Parlamento, tanto che ai poveri cristi è rimasto il parlare da professori!), la raccomandazione come morbo inodore… Gratta gratta gli italiani e troverai non un fondo ma un miscuglio. In questa recita - allegra e coatta – anche il “carattere nazionale” è un’altra maschera, un modo di noi italiani per sfuggire agli altri e a noi stessi. (flp)

 




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