Libri - Avvistamenti. Leggere il passato e il presente di Roma (e dell’Italia) attraverso un evento cruciale
[05-12-2017]

Nel Fotografo di via degli Orfani di Claudio Clini (Aldo Francisci Editore, pp.247, euro 14) si riannodano sapientemente la grande Storia e una storia di amori e intrighi, all’interno di un avvincente noir storico (qui il termine “noir” è particolarmente calzante per la cornice buia e in penombra che accompagna le vicende) che ci dà una immagine precisa e suggestiva di Roma nell’Ottocento. Ci troviamo a Roma negli ultimi mesi del 1848, quando gli eventi sembrano politici precipitare: il papa Pio IX, che pure avrebbe potuto interpretare degnamente il progetto neoguelfo perseguito da Rosmini, dopo una serie di tentennamenti nei confronti degli austriaci sceglie il neutralismo e in sostanza abdica a qualsiasi ruolo nel Risorgimento italiano (fuggirà a Gaeta, al riparo dei Borboni), mentre a Roma si gettano le premesse per la futura Repubblica Romana (febbraio-luglio 1849), sulla scia dei moti del ’48, delle Cinque Giornate di Milano, e con un triumvirato composto da Mazzini, Saffi ed Armellini. Certo questa esperienza, benché radicale, non si può associare alla successiva Comune di Parigi, eppure in quei cinque mesi il governo nato da una Assemblea Costituente scomunicata dal papa avrebbe promulgato il suffragio universale maschile, la abolizione della pena di morte e la libertà di culto. Insomma si è trattato della prova generale di idee e valori “democratici”che poi avrebbero infiammato altre rivoluzioni e altri esperimenti politici. Precedentemente era però stato fatto un tentativo di mediazione, poi fallito, che si era incarnato nella figura di Pellegrino Rossi. E infatti nel romanzo il fotografo, il maestro Apreia, viene assassinato perché aveva ripreso alcuni uomini impegnati a fare le prove dell’omicidio di Pellegrino Rossi davanti al Capranica. Di lì il plot si snoda attraverso colpi di scena e rivelazioni, con molti delitti, una spruzzata di esoterismo e un ruolo decisivo svolto dal coté ebraico - così importante per la città di Roma - , dall’ambientazione nel ghetto, dallo studio del Talmud e da vari personaggi coinvolti. E’stato detto che la prima qualità che deve avere un romanzo è quella di creare una speciale “atmosfera”, ancor più di una storia e di personaggi credibili. Ecco, Claudio Clini fin dalle prime pagine crea una atmosfera entro “la città degli echi, delle illusioni e del desiderio”. Ed è la luce di Roma la vera protagonista della narrazione: quando al tramonto l’isola di San Bartolomeo “era fasciata dai raggi del sole”, mentre “il cielo si era impadronito del rosso, del giallo, del verde delle case e dei tetti…”(come in un quadro di Mafai). E poi all’alba, in estate, “il sole, come sempre da oriente, sfiorava i tetti delle cupole… si posava sul fiume e risaliva veloce a colmare i vicoli, le strade e le piazze”.
Riflessione a parte merita la ampia introduzione di Lucio D’Ubaldo – “Cenni storici sulla figura e l’opera di Pellegrino Rossi” - , che è un micro saggio su Roma e su una idea di politica. A proposito dei luoghi urbani della città eterna, stratificata e composta da tempi storici che coesistono nella vita quotidiana dei suoi abitanti (come osservò Carlo Levi) si dice qui che “nella loro bellezza e imperturbabilità possono farci intendere i segni di una trama così lontana dai nostri giorni”. Roma, quasi schiacciata dal suo immenso, ingombrante suo passato, è costretta a quell’oblio che secondo Nietzsche rappresenta una premessa indispensabile a qualsiasi volontà di agire. Eppure questo oblio a volte è ingiusto, come quando si abbatte sul monumento al giovane poeta Sulpicio, morto a 11 anni, una reliquia semi-abbandonata posta in un incrocio disagevole e trafficato: e come quando riguarda un personaggio luminoso come Pellegrino Rossi, accusato di cesarismo (di essere un accentratore), ucciso il 15 novembre del 1848 da “assassini invasati o prezzolati” (sgozzato barbaramente, come in una tragedia shakespeariana) e oggi dimenticato da tutti (nel luogo del delitto, piazza della Cancellazione, non vi è alcuna targa). Accennavo all’aspetto più squisitamente politico dell’introduzione. Pellegrino Rossi viene celebrato come eroe della mediazione, come patriota moderato e però mai pavido, lontano dagli astratti furori degli illuministi e dagli umori antidemocratici degli avversari dei Lumi, come esponente di un ideale “partito di centro” che però capitava nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato. Non sappiamo bene chi lo uccise (probabilmente c’era anche un figlio del famigerato capopopolo Ciceruacchio), eppure si potrebbe dire che come nel famoso giallo di Agata Christie, Assassinio sull’Orient-Express, tutti avevano una ragione per ammazzarlo, o comunque per gioire della sua morte: sia i rivoluzionari democratici e sia i conservatori e reazionari della Curia. Eppure Rossi, nel ritratto partecipe che ne fa D’Ubaldo, ci appare davvero come “grande italiano e grande europeo”, un uomo politico concreto, cultore del diritto, lettore attento di Machiavelli, dotato di equilibrio e di volontà riformatrice, devoto all’idea di Costituzione, possibile artefice di una modernità ragionevole, saggia, consapevole dei delicati equilibri della scena italiana e pontificia, convinto che una “pace durevole” non può forzare più di tanto i processi storici. Il suo pensiero, secondo una suggestione di Robert Walser qui ripresa, dovette far paura, e proprio in quanto pensiero libero, pensante, autonomo. Certo, attraverso la fantasia letteraria, e anche attraverso questo romanzo, “il presente aiuta sempre a leggere il passato”. Aggiungo però una considerazione: la letteratura si fa custode non solo di ciò che è stato ma anche di ciò che avrebbe potuto essere, memoria degli eventi accaduti e tuttavia anche preziosa memoria utopica di un’altra storia, benché sconfitta e solo ipotetica. (flp)




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