Libri - Avvistamenti. Nel Salento non solo pizzica: resoconto di una esperienza straordinaria
[07-11-2017]

Il teatro non è un’arte nobile e antiquata, da lasciare ai palcoscenici degli Stabili e alle programmazioni nelle grandi città. Si alimenta invece della vita quotidiana, della cultura popolare, delle relazioni tra le persone. Eugenio Barba, pugliese e poi naturalizzato danese, fondatore del prestigioso Odin Teatret si è trasferito dal 1973 al 1975 nel suo Salento e in Sardegna, a contatto con popolazioni di contadini e pastori che nulla sapevano del teatro. Da questo inedito cortocircuito è nata una esperienza straordinaria ora raccontata in un libretto curato da Vincenzo Santoro: Odino nelle terre del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Salento e Sardegna (1973-1975), Squilibri pp. 142, euro 18.000, con un DVD di Ludovica Ripa di Meana, “In cerca di teatro”, del 1974, e una prefazione simpatetica dello stesso Eugenio Barba). La parte principale del libretto è costituita dalla narrazione picaresca della vita di Eugenio Barba, più avvincente e variegata di quella di un protagonista romanzesco. Nato a Brindisi da ufficiale fascista di Gallipoli, famiglia alto-borghese, dopo un tentativo fallito di accademia militare va in autostop in Svezia, poi si imbarca su un mercantile e viaggia per il mondo, poi nel 1957 a Oslo dove lavora come saldatore, poi l’università, l’incontro in Polonia con Grotowski, la fondazione nel 1964 dell’Odin Teatret, con un gruppo di allievi rifiutati dall’accademia. Là avviene consacrazione alla Biennale di Venezia nel 1967. Infine, dopo alcuni esperimenti fondamentali per la storia del teatro del ‘900 matura il proposito di andare oltre il teatro di rappresentazione verso “luoghi senza teatro” e interagendo con le comunità locali. Nel Salento avviene l’incontro di queste rappresentazioni con il padre di Gino Santoro, uno degli operatori culturali con cui si relaziona Barba: è un contadino-pescatore-emigante, il quale sorprendentemente riconosce in quel lavoro teatrale itinerante le tracce di riti arcaici, radicati nella memoria popolare, e in particolare del tarantismo (Barba aveva nel frattempo letto Ernesto de Martino, e da ragazzino era stato molto colpito da processioni e rituali cattolico-pagani). Interessante nel libro la puntualizzazione della distanza di Barba dal cosiddetto folk revival e dalla moda della pizzica: Barba rifiuta la spettacolarizzazione e decontestualizzazione del folklore tradizionale, la riproposizione di canti e balli fuori del loro contesto e ad uso e consumo dei turisti. Cosa resta di quella esperienza intensa ed effimera: una quantità di stimoli - cantieri, seminari, gruppi di ricerca, progetti - e a Carpignano la Fiesta te lu Mieru, madre di tutte le sagre, sempre con una grande affluenza di pubblico. (flp)




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