Morte Camilleri

Andrea Camilleri: inesausto affabulatore, creatore di personaggi memorabili e sublime artigiano

di Filippo La Porta

Per celebrare Andrea Camilleri si potrebbe partire da un suo (rispettoso) stroncatore, Massimo Onofri, che poi lo scrittore siciliano, per ritorsione, ha ironicamente reinventato in un suo romanzo nel personaggio di Minimo Onofri. Il critico definisce i libri di Camilleri come “folklore” e giudica il suo dialetto solo una spezia esotica per il fast food internazionale. Eppure la letteratura è anche folklore, e il romanzo nasce storicamente come genere popolare, che reinterpreta ogni volta in modo nuovo i grandi archetipi collettivi, mescola gli idiomi e lavora su ciò che hanno in comune le persone che vivono in una società. Camilleri ha voluto raccogliere la sfida di essere comunicativo e non banalizzante, pop e non corrivo, “di massa” (ha venduto 30 milioni di copie!) ma senza mai abbassare o peggio incarognire la massa. La scelta stessa del genere del giallo significa per lui muoversi dentro certe regole e convenzioni narrative, ma andando oltre le regole, sfiorando con intelligenza temi civili (l’uguaglianza, l’impegno, la dignità) e dilemmi morali del nostro tempo. Inesausto affabulatore, creatore di personaggi memorabili e sublime artigiano, di lui mi piace ricordare quella estrema umiltà che caratterizza le persone di genio: prima di scrivere un romanzo – e ne ha pubblicati quasi cento – confessava di leggersi sempre tre o quattro pagine del suo amato Leonardo Sciascia, anche solo “per ricaricare le batterie”.

 

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